L’anno in cui imparai a leggere – la recensione

L’anno in cui imparai a leggere” è il quinto romanzo, pubblicato da Einaudi, scritto dall’autore Marco Marsullo (classe 1985).

I libri attualmente scritti da Marco Marsullo sono:

Trama

Niccolò ha venticinque anni ed è innamorato perso di Simona. Così quando lei, bella e inquieta, parte mollandogli suo figlio Lorenzo, lui decide di prendersene cura, sebbene quel moccioso di quattro anni non lo abbia mai accettato e di notte lo sbattesse puntualmente fuori dal letto. Niccolò non ha mai fatto il padre, e non sa come gestire capricci, routine, amichetti che giocano a fingersi d’improvviso morti e primi batticuori. In più, a complicare le cose, ci si mette anche il padre naturale. Riccioli scompigliati e chitarra in spalla, è arrivato dall’Argentina per incontrare il piccolo, e si è installato in casa senza alcuna intenzione di andarsene. Innamorati della stessa donna, lui e Niccolò si detestano, e il bambino non riconosce un ruolo a nessuno dei due. Eppure, giorno dopo giorno, tra litigi e partite a pallone, pigiama party e impreviste abitudini, questi tre «ragazzi» abbandonati imparano ad appoggiarsi l’uno all’altro, per sorreggersi insieme contro il mondo.

Recensione ★★★★✰ (4,5/5)

Comincio col dire che L’anno in cui imparai a leggere” è il classico romanzo che rispetta le aspettative. Non conoscevo l’autore, ma la trama mi ha subito incantata. Non si tratta di un chicklit, né di un romance generico, tuttavia posso affermarlo con sicurezza: questo romanzo parla d’amore. Di un triangolo amoroso (platonico), toccante e originale, composto da due giovani uomini e un bambino di 4 anni!

Niccolò ha venticinque anni, si mantiene scrivendo ed è vittima del terribile blocco dello scrittore. Si innamora di Simona (unico personaggio con il quale non sono riuscita a entrare in empatia, nonostante l’affinità artistica, ma credo sia una cosa voluta) e della sua vita complicata. Prova a starle accanto, a incoraggiarla, ma questo suo atteggiamento ben presto gli si rivolta contro: Simona prende alla lettera i consigli del giovane fidanzato e, dopo un paio di mesi di relazione con Niccolò, decide di partire per una tournée teatrale in giro per l’Italia mollandogli il figlio Lorenzo, di quattro anni. Ovviamente Niccolò non sa dove mettere le mani, non sa come rapportarsi a un bimbo arrabbiato e deluso, che lo tratta come un estraneo. E proprio quando i due iniziano a fare i primi passi in avanti, la situazione si complica con l’arrivo del fascinoso e scroccone Andrés, il padre biologico del piccolo Lorenzo arrivato direttamente dall’Argentina. I tre piano piano cercano di mettere a punto una routine accettabile per tutti, procedendo al buio, attraverso divertenti, imbranati e tenerissimi tentativi.

“L’anno in cui imparai a leggere” è una sorta di BROmance a tre, emozionante e toccante. Fa sorridere, arrabbiare, commuove e scuote. Fa tenerezza, questo bimbo di quattro anni con il carattere già formato, orso e schivo ma anche luminoso, e fa tenerezza Nicolò, che tenta in tutti i modi di penetrare nella vita del piccolo, fatta di bisogni da gestire e abitudini da inventare e consolidare: l’asilo, l’amichetto Peppino, il tifo per il Napoli, il suo voler imparare subito a scrivere. E diventa dolcissimo anche Andrés, con la sua patina da bello e dannato, da nullafacente patentato, da padre per caso. Ci sono dei passaggi talmente belli da togliere il fiato: quelli in cui i nostri tre moschettieri, passo dopo passo, briciola dopo briciola, imparano ad appoggiarsi l’uno all’altro.

L’unico neo che ho trovato è che ci sono moltissime parti scritte in spagnolo (che io non conosco), quelle che riportano i discorsi diretti di Andrés, che hanno reso un po’ faticosa la lettura. Inoltre, visto che il romanzo è ambientato a Napoli, avrei voluto sentirla più presente. Perché una città come quella non può che diventare coprotagonista delle storie che vi hanno luogo.
Per il resto è un libro che mi sento di consigliare a tutti, col cuore in mano.

Come se in quel momento avessi voluto recuperare tutti quegli abbracci che non sono stato incapace di dargli. Avrei dovuto dargliene cento, mille al giorno. E ancora mille. Perché non sai mai quando perderai qualcuno che ami e il contatore degli abbracci, purtroppo, non sa viaggiare nel tempo.

 

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